Il Sulcis del carbone e dei metalli

Un viaggio nella storia mineraria della Sardegna sud-occidentale

Il Sulcis, angolo sud-occidentale della Sardegna, racconta una storia scritta sottoterra. Per oltre un secolo e mezzo, gallerie, pozzi e villaggi operai hanno modellato il paesaggio e la vita di questo territorio, dove piombo, zinco, argento, bario e soprattutto carbone hanno rappresentato il motore economico di intere generazioni. Oggi quella stagione industriale è diventata patrimonio culturale: musei, ecomusei e siti recuperati permettono di ripercorrere, tra pozzi e cunicoli, una vicenda che intreccia geologia, archeologia industriale e memoria del lavoro. L’intera area, insieme all’Iglesiente, fa oggi parte del Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna.

Il bacino carbonifero e la nascita di Carbonia

Le prime ricognizioni sistematiche sul giacimento carbonifero del Sulcis risalgono all’Ottocento ma è negli anni Trenta del Novecento, nel clima dell’autarchia economica voluta per rendere l’Italia meno dipendente dalle importazioni di carbone estero, che l’area conosce il suo sviluppo decisivo. Tra il 1936 e il 1937 la Società Mineraria Carbonifera Sarda, controllata dall’Azienda Carboni Italiani A.Ca.I., conduce intense campagne di ricerca con sondaggi a sud della miniera di Sirai, attiva dal 1918, individuando un giacimento di notevole estensione. La concessione, richiesta nel 1937 con il nome di “Serbariu”, viene ufficialmente accordata il 18 gennaio 1939.

Per accogliere le migliaia di lavoratori necessari allo sfruttamento del giacimento, il Governo decide di costruire una città completamente nuova. Nasce così Carbonia, inaugurata il 18 dicembre 1938 alla presenza del Capo del Governo Benito Mussolini: una delle più ambiziose “città di fondazione” realizzate in Italia in quegli anni, con un impianto urbanistico razionalista firmato dagli architetti Ignazio Guidi e Cesare Valle, con la collaborazione di Gustavo Pulitzer Finali. Il piano originario prevedeva una popolazione di 20.000 abitanti, poi ampliata fino a 35.000 nel successivo progetto di espansione curato da Eugenio Montuori. Oggi il centro storico conserva intatto l’impianto originario: piazza Roma con la Torre Civica, il Municipio, la Chiesa di San Ponziano, il Teatro Centrale e il Dopolavoro raccontano ancora, passeggiando per le sue vie, l’utopia urbanistica di una città nata “a bocca di miniera”.

La Grande Miniera di Serbariu

Cuore pulsante di questa vicenda è la Grande Miniera di Serbariu, oggi sede del Museo del Carbone e del Centro Italiano della Cultura del Carbone. Attiva dal 1937 al 1964, fu tra gli impianti carboniferi più moderni d’Europa e uno dei principali poli estrattivi a livello nazionale. Il giacimento si estendeva su 33 ettari, con nove pozzi di estrazione e una rete di gallerie sotterranee che superava i cento chilometri di sviluppo, spingendosi fino a 179 metri di profondità. Per lavorare in miniera arrivarono a Carbonia circa 16.000 minatori provenienti da ogni parte d’Italia, in un contesto in cui la miniera non era soltanto luogo di produzione ma vero fulcro della vita sociale della comunità: dallo spaccio aziendale al cinema, fino alla moneta interna utilizzata per gli acquisti quotidiani.

Dopo il progressivo ridimensionamento dell’attività negli anni Cinquanta e la chiusura definitiva, il sito rischiò per decenni il degrado, finché l’amministrazione comunale ne promosse il recupero. Riaperto al pubblico come museo nel 2006, oggi il complesso si visita nei suoi ambienti più suggestivi: la Lampisteria, che ospita l’esposizione permanente con lampade da miniera, attrezzi, fotografie e testimonianze video dei minatori; la galleria sotterranea, che ripercorre l’evoluzione delle tecniche di scavo dagli anni Trenta fino alla chiusura dell’impianto; e la sala argani, dove sono ancora conservate le grandi ruote che manovravano la discesa e la risalita delle gabbie nei pozzi. Il sito è oggi tra i luoghi più rappresentativi dell’archeologia industriale sarda.

Cortoghiana, il borgo minerario satellite

A circa nove chilometri dal centro di Carbonia, lungo la strada verso Iglesias, sorge Cortoghiana, uno dei borghi minerari nati per accompagnare l’espansione dell’attività estrattiva nel bacino. La sua fondazione, legata all’apertura dell’omonima miniera carbonifera situata a circa due chilometri dall’abitato, risale al 1939; il borgo fu però inaugurato ufficialmente il 15 maggio 1942, alla presenza dello stesso Mussolini, che in quell’occasione visitò il nuovo insediamento e la miniera locale prima di tenere a Carbonia un discorso più propagandistico rispetto a quello del 1938, ormai condizionato dall’andamento negativo della guerra.

Progettata per una popolazione di circa 5.000 abitanti su disegno dell’architetto Saverio Muratori, Cortoghiana conserva un impianto urbanistico di impronta razionalista imperniato sulla vasta piazza Venezia con il suo colonnato, esempio compiuto dell’architettura del Ventennio. La costruzione, avviata su basi diverse dal modello di “città giardino” adottato nella Carbonia delle origini, fu interrotta dal precipitare degli eventi bellici e non venne mai del tutto completata secondo il progetto originario: la chiesa parrocchiale dedicata al Sacro Cuore di Gesù fu realizzata solo negli anni Cinquanta, con forme diverse da quelle previste nei disegni iniziali, prive della prevista torre campanaria. Gli edifici della miniera – direzione, magazzini, officine – sono oggi in parte riconvertiti ad attività artigianali e commerciali, mentre il borgo resta una tappa fondamentale per comprendere il sistema policentrico di insediamenti industriali (Cortoghiana, ma anche Bacu Abis, Serbariu, Flumentepido) che ruotava attorno alla città madre.

La Miniera di Rosas a Narcao: piombo, zinco e rame

Spostandosi verso l’entroterra del Basso Sulcis, nel territorio di Narcao, si incontra uno dei siti minerari più antichi e meglio conservati dell’isola: la Miniera di Rosas. Le prime tracce di sfruttamento risalgono addirittura all’età nuragica, romana e pisana, ma è nel 1832 che l’imprenditore iglesiente Enzo Perpignano deposita ufficialmente al Corpo Reale delle Miniere di Cagliari la scoperta del giacimento di galena argentifera sul Monte Rosas. Nel 1851 il re Vittorio Emanuele II firma la concessione mineraria, la terza più antica di tutta la Sardegna dopo Montevecchio e Monteponi, dieci anni prima ancora dell’Unità d’Italia.

Per un secolo e mezzo la miniera vive alterne fortune, tra piombo, zinco, ferro, rame e una percentuale di argento estratti dal sottosuolo; proprio a Rosas, nel 1908, il geologo Domenico Lovisato scopre un nuovo minerale che prenderà il nome di rosasite. Attorno all’attività estrattiva cresce un villaggio operaio, costruito prevalentemente tra il 1887 e il 1908, capace di ospitare fino a 750 persone. La chiusura definitiva arriva nel 1980; dopo anni di abbandono, un ambizioso progetto di recupero avviato a partire dal 1986 restituisce vita al sito, trasformato in Ecomuseo e riaperto ai visitatori nel 2009. Oggi si possono percorrere la laveria con i mulini per la lavorazione del minerale, la galleria Santa Barbara, le case dei minatori restaurate, l’ex ufficio postale, il forno di calcinazione e i depositi ora adibiti a spazio museale: un vero e proprio villaggio-museo immerso nel verde, tra i più suggestivi del Sulcis.

Il Sito Geo Speleo Archeologico di Sa Marchesa a Nuxis

Poco distante, nel territorio di Nuxis, un altro luogo racconta l’intreccio tra natura e attività estrattiva: il Sito Geo Speleo Archeologico di Sa Marchesa, ricavato negli spazi di un’ex miniera dismessa in località Acquacadda. Il complesso, gestito dall’Associazione Speleo Club Nuxis, si distingue per il suo approccio multidisciplinare, capace di tenere insieme geologia, paleontologia, archeologia e speleologia in un unico percorso di visita. L’area espositiva propone collezioni di minerali e fossili – tra cui resti di ittiosauro, uova di dinosauro e reperti della paleofauna sarda – accanto a strumenti da lavoro geologico e riproduzioni di manufatti preistorici.

Il vero elemento distintivo del sito è però la grotta naturale di Su Montixeddu, conosciuta anche come Grotta di Acquacadda: una cavità che si sviluppa nei calcari paleozoici del Cambriano per circa 200 metri, raggiungendo i 27 metri di profondità, e che ha restituito testimonianze archeologiche risalenti all’età del Rame, attorno al 2500 a.C. Illuminata da un sistema di fari a LED pensato per non alterarne gli equilibri naturali, la grotta è oggi visitabile su prenotazione, così come l’annesso parco geominerario-naturalistico. Il giacimento di Sa Marchesa, dal punto di vista geologico, è peraltro strettamente collegato a quello della vicina Miniera di Rosas, a conferma di come l’intero comparto del Basso Sulcis costituisca un unico grande sistema minerario.

Il Museo dei Paleoambienti Sulcitani “E.A. Martel”: 540 milioni di anni di storia geologica sulcitana 

Sul tema è da non perdere il Museo dei Paleoambienti Sulcitani “E.A. Martel” (PAS) ospitato nei   locali delle ex officine meccaniche della Grande Miniera di Serbariu. Si tratta di uno dei più importanti musei paleontologici della Sardegna, nato nel 1972 dal Gruppo Ricerche Speleologiche “E.A. Martel” e divenuto Museo Civico nel 1996. Il percorso espositivo racconta 540 milioni di anni di storia geologica e paleontologica del Sulcis, dai fossili del Cambriano fino all’Homo sapiens. Tra i pezzi più suggestivi: una copia a grandezza naturale di un Tyrannosaurus, i resti di un Mammut nano e di una scimmia Macaca, e scheletri del celebre Prolagus sardus.

Monte Sinni, l’ultima miniera di carbone d’Italia

La storia mineraria del Sulcis si chiude, almeno per ora, alle porte di Nuraxi Figus, frazione del comune di Gonnesa. Qui sorge la Miniera di Monte Sinni, erede del cantiere avviato negli anni Trenta con il nome di “Littoria I” sotto la gestione della Società Mineraria Carbonifera Sarda. Passata di mano nel tempo – dall’ENEL, che ne rilevò le concessioni nel 1962, fino a Carbosulcis, società costituita nel 1976 dalla Regione Sardegna per proseguire l’attività estrattiva – l’impianto ha rappresentato per decenni l’ultimo avamposto di un’industria un tempo presente in tutta la penisola.

A partire dagli anni Novanta e Duemila, la miniera di Monte Sinni, che riuniva i vecchi cantieri di Nuraxi Figus e Seruci, è rimasta l’unica realtà carbonifera ancora in attività in Italia, sfruttando un giacimento stimato in miliardi di tonnellate di carbone sub-bituminoso, tra i più consistenti d’Europa. La legge regionale n. 29 del 2014 ne ha definito il piano di chiusura, stabilendo la cessazione della produzione entro il 31 dicembre 2018: data che ha segnato, di fatto, la fine di un’epopea industriale lunga oltre ottant’anni e l’uscita di scena dell’ultimo impianto minerario di carbone ancora operativo sul suolo nazionale. Da allora il sito è entrato in una fase di messa in sicurezza e bonifica, mentre si susseguono progetti di riconversione che guardano alle energie rinnovabili e alla ricerca scientifica, compresa un’iniziativa in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per lo studio della materia oscura all’interno di uno dei vecchi pozzi.

Un patrimonio da scoprire

Dalla Grande Miniera di Serbariu all’impianto razionalista di Cortoghiana, dal villaggio-museo di Rosas alle profondità carsiche di Sa Marchesa, fino al silenzio, oggi carico di storia, dei pozzi di Monte Sinni: il Sulcis offre un itinerario unico in Italia, capace di raccontare oltre un secolo di lavoro, tecnica e vita comunitaria attraverso i suoi paesaggi minerari. Un patrimonio che continua a offrire ai visitatori non solo la suggestione di luoghi straordinari, ma anche un’occasione preziosa per comprendere le radici profonde dell’identità sarda contemporanea.

Si ringrazia Roberto Rizzo per la consulenza scientifica