I compendi minerari di Montevecchio e Ingurtosu

Un patrimonio di storia, industria e paesaggio nel cuore del Parco Geominerario

L’area Guspinese-Arburese è tra le più rilevanti del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna. A renderla tale sono la sua storia e un patrimonio di archeologia industriale di grande valore, concentrato nei due compendi di Montevecchio e Ingurtosu, dove le strutture recuperate ospitano oggi visite guidate ed escursioni. A questi due poli si affiancano i centri minerari dismessi di Naracauli, Gennamari e Perd’e Pibera, di minore estensione ma non meno suggestivi.

Una vicenda che appartiene alla storia d’Italia

Le miniere di Montevecchio e Ingurtosu non appartengono soltanto alla memoria delle comunità locali: sono un capitolo fondamentale dello sviluppo dell’industria mineraria italiana. Oltre un secolo e mezzo di vicende produttive, tecnologiche, economiche e sociali ha segnato il territorio e la cultura di chi lo abita. Oggi quell’eredità è un patrimonio in corso di recupero e valorizzazione.

Miniera di Montevecchio. Pozzo Sartori. (Foto di Paolo Atzeni - Arch. PGSAS)

Il giacimento

Il giacimento piombo-zincifero di Montevecchio, con quelli di Ingurtosu e Gennamari, fa parte del grande campo filoniano dell’Arburese. Si estende per circa 12 km sulle propaggini settentrionali e occidentali dell’affioramento granitico ercinico, nella Sardegna sud-occidentale, e annovera giacimenti di piombo tra i più grandi d’Europa.

Recenti indagini archeometriche su scorie di fusione e piombi hanno fatto risalire le prime attività di estrazione di argento e galena all’età punica e successivamente romana (IV sec. a.C. – II sec. d.C.). L’avvio dell’attività su scala industriale si colloca invece a metà Ottocento: nel 1848 con le concessioni di Montevecchio, nel 1855 con l’attività di Ingurtosu. Le ultime miniere hanno chiuso negli anni Novanta del Novecento.

Giovanni Antonio Sanna e la famiglia Sanna Castoldi

La storia di Montevecchio ha un nome, quello di Giovanni Antonio Sanna (Sassari, 1819 – Roma, 1875). Emigrato a Marsiglia e affermatosi come commerciante, fu poi imprenditore, deputato al Parlamento del Regno e fondatore, nel 1871, della Banca Agricola Sarda.

Tutto nacque dall’incontro dell’intraprendente Sanna con Giovanni Antonio Pischedda, il sacerdote sassarese che aveva individuato la ricchezza dei filoni e ottenuto nel 1842 il permesso di estrarre le prime 25 tonnellate di galena. Fu Sanna a raccogliere i capitali e a costituire la Società per la Coltivazione della Miniera di Piombo Argentifero detta di Montevecchio, alla quale il 28 aprile 1848 il re di Sardegna Carlo Alberto affidò le tre concessioni di Montevecchio I, II e III. Già nel 1865 la miniera contava 1.100 operai ed era la più importante del Regno d’Italia.

Miniera di Montevecchio. Palazzo della Direzione. Il busto di Giovanni Antonio Sanna (Foto di Alberto Monteverde PGSAS)

L’opera di Sanna fu proseguita dalla famiglia Sanna Castoldi. Il nome nasce dall’unione tra la famiglia dell’imprenditore e quella dell’ingegnere Alberto Castoldi, che sposò la figlia Zelì e che diresse la costruzione della ferrovia Montevecchio Sciria – San Gavino Monreale, inaugurata il 15 novembre 1878. Alla loro guida si deve la crescita di Montevecchio come modello di organizzazione industriale e sociale, e il loro segno è ancora leggibile nell’impianto del villaggio, negli edifici e nella memoria della comunità. Dalle collezioni di Castoldi, fatte di strumenti, fotografie e oggetti, nasce oggi uno dei percorsi più interessanti della visita.

Il borgo minerario di Montevecchio

Gli impianti estrattivi ed industriali si ripartono nei settori di Levante e di Ponente, separati dal passo di Gennaserapis. Qui sorge il nucleo centrale dell’abitato, che riunisce in un unico spazio gli edifici simbolo della miniera: direzione, ospedale, scuola, chiesa e dopolavoro. Costruiti in epoche diverse, mostrano stili differenti: il Liberty, soprattutto nelle decorazioni, accanto a un linguaggio semplice e funzionale di derivazione razionalista.

L’edificio della Direzione della miniera fu realizzato da Sanna tra il 1870 e il 1877 su un colle spianato appositamente. Ospitava gli uffici della società e la residenza della famiglia, e solo in seguito fu destinata alla sola attività amministrativa. Le forme sono classicheggianti e neorinascimentali. A un esterno sobrio corrisponde un elegante cortile con porticato “dorico”, che introduce lo straordinario salone delle riunioni, voltato a padiglione e decorato con pitture a trompe-l’oeil: fregi floreali, conchiglie, bouquet, bucrani, grottesche e uccelli. Sul fondo blu spiccano gli stemmi con picconi e arnesi minerari, richiamo evidente alla funzione rappresentativa dell’edificio. Salendo una rampa di scale i fasti borghesi svaniscono: nel sottotetto si trovano i modesti ambienti della servitù.

Su un lato della Direzione si trova la chiesa dedicata alla figura di Santa Barbara, patrona dei minatori. La fabbrica riprende elementi decorativi di ispirazione eclettica, presenti anche nella foresteria e nelle abitazioni dei dirigenti, queste ultime costruite nel corso degli anni 30 del secolo scorso.

A poca distanza, in fondo al piazzale alberato, si erge l’ampio fabbricato dell’ospedale, noto con il nome di Ospedale Genna Serapis. Edificato nel 1885 in forme di ispirazione classica su progetto dell’ingegnere Alberto Castoldi, direttore della miniera e successivamente modificato, era considerato una struttura sanitaria modello in tutta Europa per l’efficienza dei servizi e la modernità dei macchinari installati per la cura dei minatori. 

Tra il 1938 e il 1942 furono realizzati la scuola e il dopolavoro, l’ufficio geologico con il piccolo museo, vicini alla piazza principale, il villaggio Righi, con blocchi edilizi su livelli diversi a monte della stazione della teleferica Levante-Ponente, e l’albergo “Francesco Sartori” per operai scapoli. Quest’ultimo sorge su una base di trachite in posizione scenografica, lungo la strada principale che conduce alla laveria Sanna.

I cameroni destinati ai minatori senza famiglia risalgono alla fase ottocentesca dell’insediamento e hanno ambienti disposti a schiera. Con le abitazioni operaie, dagli arredi essenziali, raccontano la vita quotidiana di chi lavorava in miniera.

Miniera di Montevecchio. Anni 40 del secolo scorso. Lavori al cantiere Sanna, livello San Giorgio (Arch. PGSAS)

Gli impianti industriali ed estrattivi di Montevecchio

Fin dall’inizio Montevecchio si distinse per l’impiego di tecnologie all’avanguardia, spesso provenienti dall’estero. Ne è esempio il compressore Sullivan da 220 cavalli della miniera di Sant’Antonio, arrivato nel 1903 come kit di montaggio e assemblato sul posto.

Nel settore di Levante le strutture produttive dominano un paesaggio profondamente trasformato dall’uomo, segnato dai cumuli di sterili. Accanto alle laverie e agli impianti di servizio si impongono i castelli ottocenteschi dai tratti neomedievali del Pozzo San Giovanni e del Pozzo Sant’Antonio e il castello in cemento armato del Pozzo Sartori, entrato in funzione nel giugno del 1941 col nome di Pozzo Impero.

  • Sant’Antonio. Faceva parte della prima concessione del 1848. La torre del pozzo, con il grande argano che trasportava uomini e minerali fino a circa 500 metri di profondità, introduce un complesso che dietro facciate neogotiche e una torre merlata nasconde macchina di estrazione, sale compressori, lampisteria e centrale elettrica.
  • Piccalinna. il cantiere fu attivo prima con la società italo-francese La Nouvelle Arborese e poi con la Società Montevecchio. Nel piazzale si ammirano architetture in pietra basaltica a vista con decorazioni in laterizio, e soprattutto il Pozzo San Giovanni, che ricorda il torrione di un castello medievale.
  • Galleria Anglosarda. Corre dentro un antico filone metallifero e permette di vedere come si estraevano i minerali a metà Ottocento. La visita comprende anche una fonderia e varie officine.

Nel settore di Ponente, nel cantiere Telle, si distinguono il Pozzo Amsicora, gli edifici che ospitavano argani e officine, anch’essi di gusto neomedievale e i ruderi della laveria La Marmora, entrata in funzione nel 1878. Del compendio faceva parte anche la miniera di Salaponi a Gonnosfanadiga.

L’attività di Montevecchio è proseguita fino al 1991, attraversando stagioni di splendore e decenni di crisi.

Ingurtosu: il villaggio della valle

Frazione di Arbus, Ingurtosu sorge nella valle de Is Animas, che scende fino alle dune di Piscinas. Il nome deriverebbe da gurturgiu, una specie di avvoltoio, o da “inghiottitoio”, forse in riferimento ad antichi scavi: in entrambi i casi richiama il paesaggio aspro in cui il villaggio è incastonato.

Con la vicina Gennamari, Ingurtosu fu per oltre un secolo il centro direzionale di due miniere del grande complesso di Montevecchio. L’attività estrattiva iniziò nel 1855 e le miniere passarono presto sotto il controllo di capitali francesi, con la società di Gennamari e Ingurtosu.

Arbus. Laveria Brassey, Miniera di Ingurtosu (Foto di Stefano Sernagiotto PGSAS)

L’età di Lord Brassey

L’apice della produttività si colloca a cavallo tra Ottocento e Novecento, dopo il passaggio, nel 1899, alla società inglese Pertusola, presieduta da Lord Thomas Brassey. Significò sviluppo e innovazione: la meccanizzazione degli impianti di lavorazione e una ferrovia a scartamento ridotto che portava i minerali fino alla costa, attraverso il deserto di Piscinas. Lungo la valle si estendeva un insediamento di sette borghi con circa 900 vani, che arrivò ad accogliere fino a 2.500 operai con le loro famiglie.

Sulla strada da Arbus a Ingurtosu si incontrano Villa Wright e Villa Ginestra, dimore del vicedirettore e del presidente della Pertusola. Il Palazzo della Direzione, detto “Il Castello”, domina il villaggio, e ai suoi piedi un monumento a guglia neogotica ricorda Lord Brassey, scomparso nel 1919.

Realizzata nel 1900 in località Naracauli, la Laveria Brassey è certo fra più imponenti e suggestivi monumenti dell’archeologia industriale sarda. Il complesso era articolato in vari corpi di fabbrica, disposti secondo la successione delle fasi di trattamento del minerale. La parte più significativa è la grande bifora con occhio circolare che lo domina.

A pochi chilometri si erge il Pozzo Gal. Deve il nome a un dirigente della società Penarroya, che negli anni Venti gestiva le miniere attraverso la Pertusola. Fu messo in servizio per coltivare in sotterraneo il filone Brassey, prosecuzione del filone di Montevecchio e con i suoi 8 km la più importante manifestazione metallogenica della Sardegna. Oggi completamente restaurato e aperto al pubblico, nell’ex sala dei compressori ospita un museo multimediale dedicato al lavoro dei minatori.

Verso il mare

Scendendo lungo le dune di Piscinas si incontrano le semplici costruzioni della colonia per gli impiegati, ristrutturate dal 1985 a uso alberghiero, e i vagoni abbandonati un tempo usati per il trasporto del materiale estratto. Le crisi si susseguirono fino alla Seconda guerra mondiale. Nel 1964 la miniera passò alla società Monteponi – Montevecchio, che chiuse gli impianti quattro anni dopo, nel 1968. Oggi Ingurtosu è un villaggio silenzioso, quasi cristallizzato nel tempo, tra ruderi, pozzi e cumuli di sterili.

Natura e paesaggio

Il valore dell’area è anche ambientale. Il suo vertice è il SIC Sistema Dunale di Piscinas-Monte Arcuentu, che comprende il sistema dunare più alto d’Europa e il comprensorio vulcanico del Monte Arcuentu, di grande interesse geomorfologico. Il territorio ospita inoltre un’importante colonia di cervo sardo, osservabile da appositi punti panoramici.