Da qualche parte, in giro per Internet, ho letto che la vera attitudine di ognuno di noi è quella che si manifestava quando eravamo piccoli e venivamo lasciati da soli in una stanza. Senza giudizio esterno, liberi di esprimere davvero noi stessi, sceglievamo il gioco che meglio lasciava emergere la nostra passione. Nel mio caso, cantavo a squarciagola le canzoni di Celine Dion (e in particolare My Hearth Will Go On, grazie James Cameron): tu avevi un elmetto giallo in testa, vero? Da dove è nata la tua passione per il mondo in sotterraneo e qual è il tuo primo ricordo in galleria?
È una storia interessante, in effetti. Da bambino vivevo in un hotel in campagna con la mia famiglia. Un giorno uno degli ospiti morì all’interno dell’hotel e io trovai una scatola di pietre che gli erano appartenute. Quell’uomo non aveva famiglia, così ho iniziato a guardare le sue pietre e ho pensato che fossero davvero interessanti. Non erano pietre preziose, ovviamente, solo rocce, pietre. È così che è iniziato tutto.
Poi sono andato a Jindabine, avrò avuto 8 anni o forse 9. Quando sono arrivato là, lo Snowy Mountains One stava per essere completato perciò c’erano ancora molti minatori anziani che ci lavoravano. Ho iniziato a parlarci, gli ho confessato che mi piacevano molto le rocce e così finirono per portarmi dentro i tunnel, anche se era illegale. Grazie a quelle due esperienze, le rocce, le gallerie, le cave e il terreno sono diventati qualcosa di davvero speciale per me. In effetti è un miracolo che questa passione non mi abbia ucciso perché da bambino non avevo limiti, mi arrampicavo nelle cave, sulle scogliere e cose del genere.
Con Snowy però ho scoperto per la prima volta il concetto dell’ascoltare le rocce, toccarle, annusarle e percepire ciò che accadeva: i vecchi minatori, con il loro buffo accento europeo, dicevano che bisognava ascoltare la montagna. Ovviamente non lo intendevano come pensavo io, parlavano più di entrare in sintonia con le rocce e il loro modo di comportarsi. È stato lì che quel concetto è entrato per la prima volta nella mia piccola testa di bambino.
I miei genitori erano totalmente disinteressati a questo mondo, al 100%, non riuscivano a credere che fossi interessato alle rocce. Erano quasi dispiaciuti, pensavano di aver fallito: ”Scusate, a nostro figlio piacciono le rocce. È un po’ strano, ma ovviamente abbiamo sbagliato qualcosa”. Quando ho deciso di iscrivermi all’Università, al Corso di Laurea in Scienze con specializzazione in Geologia delle rocce dure, credo che quello sia stato il momento più basso del mio rapporto con loro. Volevano che lavorassi in un hotel e gestissi alberghi come avevano fatto e stavano facendo loro, perché in realtà mi occupo di rocce ma so anche fare anche il cuoco, il lavapiatti, il barista.
Insomma, la geologia non era una tradizione nella mia famiglia, nonostante in Australia l’estrazione mineraria sia comunque una parte importante dell’economia del Paese.
Ripensandoci, il mio primo lavoro è stato proprio in una miniera di uranio a cielo aperto. È lì che ho svolto la mia prima ricerca ma non ero davvero interessato all’oro, ai minerali… Continuavano ad interessarmi le rocce, mi piaceva molto l’idea di costruire spazi, mi piaceva l’idea di costruire connessioni. Mi piaceva il fatto che il sottosuolo sia qualcosa che si può modellare, come un’architettura al contrario.
E anche da bambino costruivo dei rifugi sotterranei che noi chiamavamo “cubby houses”. Non so se questo termine esiste in Italia, ma erano dei rifugi che si costruivano con il materiale di scarto delle costruzioni, arrampicandosi su un albero, dove i bambini potevano nascondersi. Scavavo una buca e usavo il materiale per costruire una sorta di riparo, così le mie casette erano sottoterra. È quello che facevo anche da bambino. È un miracolo che non sia morto, perché ovviamente non conoscevo i rischi ma non mi preoccupavo: lo facevo e basta.
Qual è il valore del sotterraneo per te?
Mi emoziono molto per il sottosuolo non perché desidero vivere sottoterra ma perché apprezzo il fatto di stare in superficie. Adoro l’alba, adoro gli alberi, il cielo, il vento sul viso. Mi piace nuotare. Ed è proprio grazie al mio amore per la superficie che vedo l’enorme valore del sottosuolo, perché il sottosuolo ci permette di collocare servizi, trasporti, acqua, fognature, energia in un luogo che libera la superficie per noi. Così possiamo vedere il cielo, possiamo sentire il profumo della brezza. E penso che con l’urbanizzazione, ancora di più, questo scorcio di cielo, la pioggia sulla fronte, cose del genere, siano sempre più rare. Il sottosuolo è questo strumento che ci permette di offrire alla nostra gente e anche all’ambiente una vita migliore: è questo che mi entusiasma. Naturalmente, in tempi difficili, possiamo usare il sottosuolo come rifugio, come riparo, che si tratti del clima, dei nemici o di qualsiasi altra ostilità, il sottosuolo può essere utilizzato. Ma non è dove voglio stare o dove aspiro di vivere.
Hai spesso raccontato dei periodi che hai trascorso in paesi dell’Asia e addirittura recentemente hai supportato la nascita di una Associazione Nazionale in Papua Nuova Guinea; a questo proposito ci viene in mente il fatto che oggi economie emergenti stanno pianificando e realizzando grandi infrastrutture in sotterraneo come mezzo per uno sviluppo sostenibile e come strumento per affrontare le grandi sfide climatiche di questo secolo. Qual è secondo te il significato sociale delle opere in sotterraneo?
L’urbanizzazione sta aumentando a un ritmo incredibile e la qualità della vita di cui godono i paesi in via di sviluppo, in generale, è piuttosto scarsa, soprattutto in relazione ai fondamentali (es. rete fognaria, l’acqua potabile, trasporti, energia…).
Dovevo andare a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo. Lì hanno un sistema fognario progettato per 100.000 persone ma credo ci vivano diversi milioni di abitanti, quindi il fiume Congo è davvero inquinato. Per procurarsi l’acqua potabile bisogna usare un pozzo ma così facendo si attinge alle fognature. Da questo esempio si possono capire bene, secondo me, i benefici per la salute degli esseri umani e dell’ambiente che le infrastrutture realizzate hanno avuto, in particolare per sostenere l’urbanizzazione. Se si guarda a Parigi, Londra, New York, Mosca, tutte le grandi città del mondo non potrebbero funzionare con la qualità della vita che hanno senza acqua pulita, fognature, trasporti ed energia. Questo facciamo operando nel sotterraneo: permettiamo alle persone di avere una vita dignitosa. Non parliamo di politica, un elemento che può variare, ma solo di qualità della vita reale, del fatto di potersi alzare la mattina con la certezza di andare al lavoro sapendo che non ci si ammalerà.
Per quanto ne so le nostre infrastrutture salvano più vite ogni giorno di tutti i medici del mondo semplicemente perché permettiamo di agire in prevenzione, impedendo alle persone di ammalarsi. Ed è per questo che nessuno corre a darci pacche sulle spalle perché dimenticano che il motivo per cui non ci sono disastri, che non sono malati, che le persone vivono fino a 80 o 90 anni è perché per tutta la loro vita hanno avuto accesso all’acqua potabile e alla rete fognaria. Spesso ce ne dimentichiamo, così come dimentichiamo che ci sono state intere generazioni di lavoratori che hanno contribuito a questo risultato
Spesso si dice che la sicurezza e la salute sul luogo di lavoro è un tema culturale. Quali pensi siano i valori cardine della sicurezza in cantiere?
Penso che ci troviamo in un momento storico davvero interessante. Ovviamente si devono distinguere le varie tipologie di rischio per la salute e l’incolumità dell’uomo ma c’è una differenza abissale da paese a paese. E non solo, c’è un’enorme differenza nell’accesso alla tecnologia da un paese all’altro.
Se operiamo in potenze economiche abbiamo accesso alla robotica più avanzata, che almeno permette alla forza lavoro di stare a una distanza considerevole dal luogo di intervento. Il più delle volte non devono nemmeno andare sottoterra, ad esempio, perchè impiegando la robotica sono le macchine stesse a mettersi in pericolo per scavare o costruire. È una progressione naturale nei paesi che dispongono delle risorse.
D’altra parte, però, in altri paesi costruire infrastrutture significa investire in progetti che generano occupazione in cui le persone ricevono un compenso, seppure irrisorio. Il problema è che ragionando in Euro, stiamo parlando di retribuzioni che si aggirano sui 3 Euro l’ora per un’opera interamente realizzata a mano. Quando si è talmente fortunati da avere a disposizione una strumentazione, parliamo di strumenti che avremmo usato noi forse 60 o 80 anni fa. Sono attrezzature meccaniche, rumorose, calde. Tutto ciò è considerato accettabile, perché avviene nell’ambito di un programma di occupazione: il mood è più o meno “Almeno hanno un lavoro e stanno costruendo infrastrutture per il loro Paese”.
Quindi al momento c’è una grande disparità nel mondo su ciò che è considerato accettabile nell’ambito della sicurezza sul posto di lavoro. È importante ricordarlo: molte persone stanno morendo in questo preciso momento costruendo tunnel in tutto il mondo, solo che i Paesi da cui sono impiegati non lo riportano. Questa è una delle grandi sfide.
Nel mio ruolo di ex-presidente dell’ITA, ho spinto molto affinché i paesi emergenti potessero ottenere una certificazione di competenza per attività come il chiodaggio, il calcestruzzo proiettato, almeno le attività di base, in modo da poter dare almeno un po’ di consapevolezza ad una forza lavoro altrimenti inconsapevole. Ci abbiamo provando ma i progressi non sono stati così rapidi come avrei voluto, almeno non fino a questo momento.
Ci stiamo provando, ma finora i progressi non sono stati così rapidi come avrei voluto. Questo è un ambito in cui, non ho paura a dirlo, sento di aver fallito. Fin dall’inizio ho letteralmente supplicato per inserire uno standard, un livello di competenza di base che l’ITA potesse certificare anche a paesi in via di sviluppo. Penso che sia affrettato puntare da subito ad uno standard di livello ma che serva procedere per gradi. Si tratta quindi di dare competenze di base, consapevolezza del luogo in cui le maestranze lavorano, ad esempio saper usare i bulloni da roccia, saper usare un trapano da roccia, saper spruzzare il calcestruzzo, sapere come mescolarlo e così via. Parte della sfida è che l’ITA in quanto organizzazione internazionale debba stare a sostenere standard inferiori a quelli che ritiene opportuno incoraggiare a livello globale. C’è questa visione secondo cui si debbano sostenere solo le best practices, e ne capisco la ragione ma in alcune parti del mondo le persone stanno letteralmente morendo durante questa discussione: non mi interessa, quindi, se il focus non sia sulla pratica migliore, basta che si inizi da qualcosa, qualunque standard raggiungibile e reale per la condizione dei paesi in via di sviluppo.
Questa è una tensione reale per me perchè i cadaveri degli operai morti sul posto di lavoro li ho visti con i miei occhi: è molto reale per me. Eppure, per molte persone che provengono da un ambiente più accademico o che hanno esperienze lavorative solo in un determinato paese, quello di cui sto parlando è ripugnante, intellettualmente ripugnante.
Capisco che ci sia riluttanza nel certificarsi a un livello inferiore e accetto che per molti sia incomprensibile che le persone che oggi scavano i tunnel in molti paesi del mondo provengano dalle zone più povere di quei paesi. Sono spesso gli abitanti meno istruiti che, in sostanza, si pensa di poter esporre al sacrificio. Non è così lontano da ciò che accadeva nei nostri paesi centinaia di anni fa, dove i bambini erano coinvolti nelle operazioni di scavo, così come le donne: li sacrificavamo, che fosse per le fogne, per l’acqua o per qualsiasi altro servizio. Proprio perchè l’abbiamo già vissuto dovremmo averne una certa consapevolezza ma d’improvviso è come se tutti dimenticassimo, molto convenientemente. In questo momento ci sono paesi che uccidono i loro giovani e sono nella stessa posizione in cui eravamo noi pochi decenni fa: dico solo che noi abbiamo le carte in mano per aiutarli.
Prima hai detto che vivi spesso situazioni estreme. Ti va di raccontarci quali esperienze hai vissuto? Cosa hai visto? Chi sono le persone che hai incontrato? Qual è l’atmosfera? Perché è importante provare qualcosa del genere, per comprendere appieno il mondo sotterraneo?
Penso che sia stata una grande sorpresa per le persone, probabilmente nell’ultimo anno o giù di lì, scoprire che lavoro nel campo delle catastrofi, perché non era mai stato reso pubblico. In realtà le catastrofi sono qualcosa di cui nessuno vuole davvero sapere, più che altro perchè quando si verificano disastri nel sottosuolo, possiamo fingere quello che vogliamo, ma nella maggior parte dei casi le persone muoiono, parliamo di crolli, allagamenti, gas velenosi liberati nell’aria. Il mio mondo professionale consiste nell’imparare dalle cose che vanno male ed è per questo che mi appassiona così tanto formare le persone affinché siano in grado di svolgere il loro lavoro. Ho spesso notato che i metodi di realizzazione sono nella spesso buoni, il progetto è solitamente piuttosto valido ma la realtà del cantiere non è quasi mai quella che ci si aspetta. A volte manca un meccanismo di feedback per dire: “Guardate, la roccia non si comporta come previsto. Pensiamo che sia necessario rivedere il progetto”.
E poi, cosa ancora peggiore ma di cui non ci si stupisce più, spesso chi si aggiudica l’appalto stima di poterlo realizzare con meno tempo e meno denaro di quanto sia in realtà possibile, per poi dichiarare in corsa ritardi, problematiche e necessità di nuovi finanziamenti. Il problema è che le persone che lavorano al progetto a quel punto iniziano a sentire la pressione e possono sentirsi legittimati o costretti a percorrere scorciatoie. Nel nostro mestiere questo porta spesso alla morte e lo vedo più spesso di quanto dovrei. Ne sono un esempio le tragedie che avvengono nei passaggi trasversali. Solo fallimenti catastrofici in cui le persone si rifiutano di accettare che il progetto non sia adatto a un particolare tipo di roccia, ad esempio. La roccia può non rispondere correttamente, poi c’è la buona vecchia incompetenza, in cui l’intero team non sa esattamente cosa stia facendo.
Vedo un ampio divario tra i progettisti, gli appaltatori, la parte intellettuale e le maestranze. L’obiettivo è aiutare le persone meno istruite e meno qualificate delle economie emergenti a sviluppare un livello minimo di competenza per costruire tunnel di migliore qualità e più sicuri in modo da mettere tutti nelle condizioni di lavorare in sicurezza.
Abbiamo parlato di Santa Barbara ma mci hai raccontato di altre forme di devozione e tradizione e di alcune chiamate che hai sperimentato in Asia o in India, forse. Quali sono queste forme di devozione che incarnate e in che modo differiscono da un paese all’altro?
Per migliaia di anni ogni cultura ha avuto una dimensione spirituale, un atto di riflessione, un idolo, un obiettivo. In Europa è il giorno di Santa Barbara ma dovrebbe essere semplicemente un Idol Day perché tante persone in tutto il mondo si fermano a riflettere prima di andare sottoterra su cose diverse da Santa Barbara, ma con lo stesso spirito.
In Scandinavia, ad esempio, ci sono antiche cerimonie che celebrano non solo l’entrata nel tunnel ma anche il raggiungimento del punto più profondo. In Cina, mi trovavo nel laboratorio di test nucleari ad alto livello nel deserto del Gobi. C’era un Buddha seduto davanti all’ingresso, per esempio. Quando sono in India, c’erano templi dedicati alla divinità locale o al dio locale della montagna, rappresentato da un idolo o da un simbolo. In Australia non abbiamo solo Santa Barbara ma anche gli spiriti indigeni locali quindi non è raro trovare sia una Santa Barbara che uno spirito locale all’imbocco della galleria.
È come se gli esseri umani sentano che ci sia un qualcosa di umiliante nell’essere sottoterra, che dovremmo essere rispettosi e non arroganti nell’esplorare questo spazio. Siamo una specie che si è sviluppata arrampicandosi sugli alberi quindi trovo coerente che scavare sotto i nostri piedi ci crei un minimo di disagio. Con l’acqua abbiamo un altro rapporto, siamo bravi a muoverci molto bene e abbiamo i nostri amici mammiferi nell’acqua. Sottoterra questo non avviene, ci troviamo in un ambiente davvero ostile: i nostri polmoni non funzionano bene, così come la nostra gabbia toracica, le rocce ci circondano bloccandoci la vista sull’esterno, la temperatura sale, sudiamo. Se consideriamo l’aspetto psicologico ed emotivo, non credo sia un caso che demoni ed elementi legati al male, in genere, siano associati al mondo sotterraneo. Individuare un’entità unificante a cui affidare la nostra fragilità di umani nel contesto sotterraneo diventa quindi una necessità.
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