Nelle viscere della Sardegna: parte il viaggio di 8 tappe nel Parco Geominerario, dove la terra racconta 500 milioni di anni

Questo ciclo di contenuti è interamente dedicato al Parco Geominerario storico e Ambientale della Sardegna, un’istituzione ministeriale nata nel 2001 per valorizzare e dare nuova linfa al lavoro di studiosi, professionisti e semplici amanti della propria terra che intuirono il valore e le potenzialità del patrimonio tecnico, scientifico e culturale offerto dai siti sotterranei e minerari della Sardegna.

In collaborazione con TERRA TERRA – Down to Earth, il Parco ci guiderà in un viaggio on the road in otto tappe, mostrandoci le meraviglie di in ciascuno dei macro territori che lo compongono. Per non perderti le prossime uscite iscriviti gratuitamente a TERRA TERRA – Down to Earth, la newsletter che ti offre tutto l’underground in un unico posto.

 

Una terra antica 

Per capire la Sardegna bisogna scendere. Sotto i suoi paesaggi aspri e i suoi mari cristallini si nasconde infatti la terra più antica d’Italia: nella subregione del Sulcis-Iglesiente affiorano rocce che hanno superato i 540 milioni di anni, testimoni di quasi tutte le ere geologiche a partire dal Cambriano. Nessun’altra regione italiana può vantare una simile geodiversità, un mosaico di rocce magmatiche, sedimentarie e metamorfiche che ha reso l’isola, da millenni, una calamita per chi cercava nel sottosuolo qualcosa di prezioso.

E di cose preziose sottoterra ce n’erano davvero tante. Dal 1850 a oggi sono state rilasciate oltre 600 concessioni minerarie, più di 250 delle quali dedicate ai soli minerali metalliferi. Oro, argento, piombo, zinco, antimonio, molibdeno, fluoro, bario, ferro, rame, talco. Decine di migliaia di minatori, arrivati anche da fuori Sardegna e da fuori Italia, hanno scavato, armato, illuminato e vissuto queste viscere di roccia, sviluppando un know-how ingegneristico che, a partire dalla rivoluzione industriale, ha reso l’isola un laboratorio di innovazione mineraria conosciuto ben oltre i suoi confini.

Guspini, Miniera di Montevecchio, Cantiere Sanna, livello San Giorgio, anni 40 del secolo scorso. Minatori al lavoro (Arch. PGSAS)

9000 anni e 7 epoche di storie nascoste sotto terra

Si fa spesso l’errore di pensare che la storia mineraria sarda prenda il via con i piemontesi o con gli industriali dell’Ottocento. Bisogna risalire però fino al Neolitico antico, tra il 6000 e il 4000 a.C., quando le prime comunità approdate sull’isola scoprirono sul Monte Arci un vetro vulcanico nero, tagliente, quasi magico: l’ossidiana. Ribattezzata “l’oro nero dell’antichità”, divenne la materia prima per armi e utensili e viaggiò, di mano in mano, in tutto il Mediterraneo occidentale segnando un primo, antesignano esempio di globalizzazione.

Da lì in poi la storia del sottosuolo sardo si dipana lungo sette grandi epoche che il Parco stesso individua come proprio filo narrativo: preistorica, fenicio-punica, romana, giudicale e pisana, aragonese-spagnola, piemontese-sabauda e moderna. In ognuna di queste stagioni la Sardegna ha cambiato dominatori ma non ha mai smesso di essere una terra di miniere: i Romani sfruttarono piombo e argento per coniare monete e costruire tubature imperiali, il Medioevo vide alternarsi fortune e crisi legate ai passaggi di potere, mentre l’Ottocento e il Novecento trasformarono l’isola in una delle economie estrattive più fiorenti d’Italia — e insieme in un crocevia di lotte operaie tra le prime e più dure del Paese.

Un patrimonio nato dal basso

Il Parco Geominerario è un unicum a livello mondiale sì per ciò che custodisce ma soprattutto per il modo in cui è nato. Non è stato imposto dall’alto ma è il frutto della determinazione di una comunità fatta di studiosi, tecnici, minatori e semplici cittadini che negli anni Settanta, di fronte al declino inarrestabile dell’industria estrattiva, capirono che quel patrimonio tecnico, documentale e umano rischiava di sparire per sempre insieme alle miniere che chiudevano.

Nel 1991 nasce a Iglesias il primo comitato promotore. 

Nel 1997 la Regione Sardegna presenta il progetto all’UNESCO, a Parigi: un gesto che, curiosamente, finirà per ispirare la nascita della futura Rete Globale dei Geoparchi, tanto che l’allora direttore della Divisione Scienze della Terra dell’UNESCO scrisse che il progetto sardo sarebbe stato il primo parco a entrare nella nascente rete internazionale. 

Nel 1998 viene firmata la Carta di Cagliari, e finalmente il 16 ottobre 2001 un decreto ministeriale istituisce ufficialmente il Parco: non un parco naturale come gli altri, regolato dalla legge quadro sulle aree protette, ma un unicum, gestito da un Consorzio assimilabile a un ente di ricerca. Il primo esempio al mondo di parco geominerario, esteso su un territorio che coinvolge 86 comuni sardi, articolato in otto aree diverse per geologia, paesaggio e vocazione economica.

Morgongiori. Il geosito Trebina Longa (Foto Stefano Sernagiotto PGSAS)

Ieri e oggi, il valore del mondo in sotterraneo

Ciò che realmente va capito di questa istituzione è il suo nocciolo, la ragion d’essere che ne ha smosso gli animi: il Parco è stato creato a protezione, sì, del patrimonio geologico e minerario ma molto più si fa custode di un patrimonio immateriale fatto di gesti, competenze, paure e orgoglio. Dal 2007 l’Ente registra interviste video ai vecchi minatori sardi (oltre duecento, a oggi) molti dei quali avevano superato il secolo di vita e oggi non ci sono più. Voci che raccontano cosa significasse scendere ogni giorno a centinaia di metri di profondità, la fatica, la solidarietà tra colleghi, un intero stile di vita che ha plasmato il tessuto sociale di intere vallate.

In sotterraneo oggi si scrivono anche nuove pagine di scienza. Nell’area di Sos Enattos, miniera di piombo e zinco già attiva in epoca romana e poi chiusa, il silenzio geologico e l’assenza di rumore antropico stanno attirando l’attenzione di uno dei progetti scientifici più ambiziosi d’Europa: l’Einstein Telescope, un sistema di gallerie sotterranee pensato per ospitare rilevatori di onde gravitazionali. 

Le stesse rocce che per secoli hanno restituito piombo e argento potrebbero presto raccontare i segreti dell’universo e il compito del Parco è anche traghettare il territorio che custodisce in questa nuova era.

Il viaggio on the road nelle viscere della Sardegna

Il Parco non è un luogo unico, ma un arcipelago di mondi sotterranei, ognuno con la propria voce. C’è l’Iglesiente, il distretto storicamente più importante, dove le rocce sedimentarie più antiche d’Italia fanno da cornice a capolavori di ingegneria come Porto Flavia, il porto minerario sospeso sul mare unico al mondo. C’è l’Arburese-Guspinese, tra le colline selvagge della valle di Is Animas e le dune di Piscinas, dove i castelli dei pozzi minerari sembrano scenografie surreali. C’è il Sulcis, cuore carbonifero dell’isola, dove la Grande Miniera di Serbariu a Carbonia arrivò a impiegare seimila operai e cento chilometri di gallerie, oggi trasformata in Museo del Carbone. C’è il Monte Arci, la montagna nera dell’ossidiana neolitica. Ci sono Orani, Guzzurra e Sos Enattos, tra talco millenario e i sussurri dell’astrofisica contemporanea. C’è Funtana Raminosa, dove il rame alimentò la metallurgia del bronzo nuragico. C’è l’area di Argentiera, Nurra e Gallura, sospesa tra piombo, argento e i graniti scavati fin dall’epoca romana. E c’è infine il Sarrabus-Gerrei, terra di antimonio e fluorite, dove il villaggio di Su Suergiu conserva intatta la memoria di un’intera economia mineraria.

Otto tappe di un viaggio che questa rubrica percorrerà una alla volta, scendendo ogni mese un po’ più a fondo non solo nella roccia ma nella storia di un’isola che ha fatto del sottosuolo la propria identità più segreta.

Un ponte tra passato e futuro

Il Parco lavora per custodire, valorizzare e trasmettere la memoria e il know how acquisito in passato per dare solide basi a un futuro che possa ripensare e innovare il valore di ciò che rimane nascosto nel mondo sotto i nostri piedi.

Pozzi, gallerie, laverie e interi villaggi minerari (se ne contano almeno 150 disseminati nel territorio) vengono oggi progressivamente recuperati per la fruizione culturale e turistica, offrendo un’alternativa concreta al turismo di massa. Progetti come “Open Your Mine” coinvolgono le comunità locali in eventi diffusi che mescolano cultura mineraria, natura ed economia sostenibile, mentre nuovi percorsi di trekking, corsi per guide specializzate e collaborazioni scientifiche internazionali stanno restituendo linfa vitale a territori che sembravano condannati all’abbandono.

Scendere in una miniera sarda oggi significa attraversare cinquecento milioni di anni di geologia e novemila di storia umana in poche decine di metri di dislivello. Le stesse dita che stanno scorrendo questo articolo possono toccare l’ossidiana che i primi sardi commerciavano nel Mediterraneo, sfiorare le pareti scavate a mano dai minatori dell’Ottocento, ascoltare nel silenzio assordante di una galleria l’eco di un mondo che continua, sorprendentemente, a essere vivo.

Nel prossimo capitolo di questa rubrica scenderemo nell’Iglesiente, la porta più antica del Parco: vi aspettiamo a Porto Flavia, sospesi sul mare, a cento metri sotto il cielo di Sardegna.